Test del sangue per la diagnosi dell’Alzheimer: dove siamo davvero
by
Romina Sarcletti
Negli ultimi due anni si è parlato spesso di esami del sangue capaci di individuare l’Alzheimer. Cosa misurano, quanto sono affidabili e cosa cambia per chi si prende cura di una persona con demenza.
Fino a poco tempo fa, per arrivare a una diagnosi di Alzheimer erano necessari esami invasivi o costosi: la puntura lombare per analizzare il liquido cerebrospinale, oppure una PET cerebrale, disponibile solo in centri specializzati e non sempre rimborsata dal sistema sanitario. Oggi il quadro sta cambiando rapidamente grazie ai biomarcatori ematici, sostanze rilevabili con un semplice prelievo di sangue che riflettono ciò che sta accadendo nel cervello.
Cosa misurano questi esami
I test ematici più promettenti si concentrano su due proteine legate ai meccanismi biologici dell’Alzheimer: la beta-amiloide e la tau. Non misurano la memoria o i sintomi, ma le tracce chimiche della malattia che si accumulano nel cervello anni prima che compaiano i primi segni clinici.

A che punto siamo con le approvazioni
Il percorso normativo si è mosso più in fretta di quanto molti si aspettassero. Negli Stati Uniti, la FDA ha autorizzato nel maggio 2025 il primo test ematico come supporto alla diagnosi di Alzheimer, basato sulla combinazione di p-tau217 e beta-amiloide 1-42. In Europa il passo più recente è arrivato nel maggio 2026, con la marcatura CE secondo la normativa IVDR per alcuni test automatizzati di p-tau217, un passaggio che ne permette l’uso su larga scala nei laboratori clinici.

Restano comunque test destinati, per ora, a un contesto specialistico: sono pensati per persone che già presentano un deficit cognitivo e vengono valutate da un neurologo, non come screening generale sulla popolazione sana.
Cosa significa, in concreto, per chi assiste un familiare
Se in famiglia c’è già un sospetto di declino cognitivo, un test ematico può accorciare notevolmente i tempi rispetto all’attesa per una PET o una puntura lombare, e con un disagio molto minore per la persona. Nei casi in cui il risultato è molto chiaro, alcuni protocolli lo usano già come conferma diagnostica, riducendo la necessità di ulteriori esami invasivi.
È altrettanto importante sapere cosa questi test non fanno. Non predicono con certezza chi svilupperà i sintomi, non sostituiscono la valutazione clinica di un neurologo e un risultato positivo, da solo, non equivale a una diagnosi definitiva.

Uno sguardo avanti
La direzione è chiara: i biomarcatori ematici stanno diventando parte del percorso diagnostico specialistico, non più solo strumenti di ricerca. Restano da chiarire dettagli importanti, come quali soglie usare nei diversi laboratori e quali test funzionino meglio per quali pazienti, ma la prospettiva di una diagnosi più rapida, meno invasiva e più accessibile è ormai concreta.
Per chi vive accanto a una persona con Alzheimer o con un sospetto di declino cognitivo, questo significa una cosa semplice: nei prossimi anni sarà probabilmente più facile arrivare a una risposta chiara, prima. E arrivarci prima, spesso, vuol dire avere più tempo per organizzarsi, informarsi e chiedere aiuto.