Il vaccino antinfluenzale come scudo contro l’Alzheimer
by
Romina Sarcletti
Studi recenti rivelano una correlazione sorprendente: vaccinarsi ogni anno contro l’influenza potrebbe ridurre significativamente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.
Cosa succederebbe se una semplice puntura autunnale, quella che facciamo ogni anno per proteggerci dall’influenza, potesse anche ridurre le probabilità di sviluppare una delle malattie più temute dell’invecchiamento? Le evidenze scientifiche che si stanno accumulando puntano esattamente in questa direzione.

Una scoperta che viene da lontano
La storia di questa ricerca inizia quasi per caso. Un medico dell’UTHealth di Houston visitò una struttura sanitaria pubblica locale, e dalla conversazione con il personale nacque un’idea: e se i vaccini, oltre a proteggere dalle infezioni, potessero fare qualcosa di più?
Il professor Paul Schulz, neurologo e direttore del Centro Disturbi Neurocognitivi dell’UTHealth Houston, ha guidato una serie di studi che nel corso degli anni hanno costruito un caso sempre più solido. Nel 2022, analizzando i dati di oltre 1,8 milioni di persone con più di 65 anni, il suo team scoprì che chi aveva ricevuto almeno un vaccino antinfluenzale mostrava una riduzione del rischio di sviluppare Alzheimer del 40% nei quattro anni successivi.

Il dosaggio fa la differenza
Nel 2026, pubblicato sulla rivista Neurology, è arrivato il passo successivo. Lo stesso gruppo di ricerca ha confrontato due tipologie di vaccino antinfluenzale negli anziani: la formulazione standard e quella ad alto dosaggio, raccomandata dal CDC americano per gli over-65 in quanto quattro volte più potente della dose ordinaria.

I risultati mostrano che il vaccino ad alto dosaggio potrebbe offrire una protezione ancora maggiore contro la demenza, con un effetto che si protrae per almeno due anni dalla vaccinazione. Il numero necessario da vaccinare per prevenire un caso di Alzheimer sarebbe di circa 29 persone, una cifra notevolmente bassa per un intervento preventivo.
Come potrebbe funzionare?
l meccanismo esatto non è ancora del tutto chiarito, ma i ricercatori avanzano diverse ipotesi plausibili che non si escludono a vicenda.

Non solo l’influenza: un quadro più ampio
Il vaccino antinfluenzale è il più studiato in questo contesto, ma non è l’unico. Un team della stessa università ha analizzato altri vaccini, scoprendo pattern simili: il vaccino contro difterite, tetano e pertosse riduce il rischio del 30%, quello contro lo zoster del 25%, quello contro lo pneumococco di una percentuale analoga.
Una meta-analisi del 2023 che ha incluso circa 2,1 milioni di adulti ha confermato una riduzione del rischio di demenza del 31% con la vaccinazione antinfluenzale (rischio relativo 0,69). Un ulteriore studio del 2024 condotto su 70.000 individui ha confermato un calo del 17%. I dati del Veterans Health Administration americano mostrano un hazard ratio di 0,86 per la demenza nei vaccinati, mentre i dati del UK Biobank mostrano riduzioni sia per la demenza generale che per quella vascolare.

Cosa significa tutto questo nella pratica
Nonostante i limiti metodologici, il quadro che emerge è coerente e biologicamente plausibile. Per un anziano over-65, vaccinarsi ogni anno contro l’influenza è già una raccomandazione consolidata per proteggere la salute respiratoria e cardiovascolare. Il potenziale beneficio cognitivo, se confermato, aggiungerebbe un motivo in più per aderire a questa pratica.
La malattia di Alzheimer colpisce già oggi milioni di persone nel mondo — solo negli Stati Uniti oltre 7 milioni di over-65 nel 2025, con proiezioni che prevedono un raddoppio entro il 2050. In assenza di terapie risolutive, ogni strategia preventiva efficace, economica e già disponibile, come un vaccino, merita la massima attenzione scientifica e clinica.
La ricerca è ancora in corso. Ma il messaggio emergente è chiaro: la puntura anti influenzale di ogni autunno potrebbe valere molto più di quanto pensiamo.
Fonti principali: Bukhbinder AS et al., Neurology (2026); Schulz et al., Journal of Alzheimer’s Disease (2022); meta-analisi su ~2,1 milioni di adulti (2023); UK Biobank data. I dati citati si riferiscono a studi pubblicati su riviste peer-reviewed.