Lo smartphone può cogliere i primi segnali dell’Alzheimer? Cosa dice il nuovo studio di Roche

by Romina Sarcletti

Un gruppo di ricerca di F. Hoffmann-La Roche ha testato per un mese, tramite semplici giochi ed esercizi su uno smartphone, la capacità di individuare i primissimi cambiamenti cognitivi legati all’Alzheimer, anche prima che emergano i sintomi clinici. Ecco cosa hanno scoperto, e cosa significa davvero per chi si prende cura di una persona cara.

Per chi assiste una persona con Alzheimer, una domanda torna spesso: “se lo avessimo saputo prima, avremmo potuto fare qualcosa di diverso?”. La diagnosi precoce è da anni uno degli obiettivi più importanti della ricerca sulla demenza, perché le nuove terapie in grado di rallentare la malattia funzionano meglio quanto prima vengono iniziate. Il problema è che i test cognitivi tradizionali, quelli che si fanno in ambulatorio in dieci o venti minuti, spesso non sono abbastanza sensibili da cogliere i cambiamenti sottilissimi delle fasi più precoci.

Un nuovo studio guidato da ricercatori di Roche, pubblicato come preprint nel maggio 2026, ha provato un approccio diverso: far svolgere alle persone, comodamente a casa propria, una serie di piccoli test cognitivi sullo smartphone, tutti i giorni, per quattro settimane.

Come funziona l’AD-DAS, la “suite” digitale di Roche

Lo strumento si chiama AD-DAS (AD Digital Assessment Suite) ed è stato sviluppato da Roche in collaborazione con l’Università di Oxford ed Eli Lilly. Non è un’app che “legge” l’Alzheimer da sola: è una raccolta di nove piccoli giochi ed esercizi, pensati per misurare in modo indiretto ma preciso le funzioni cognitive che si alterano per prime nella malattia di Alzheimer, in particolare la memoria a lungo termine.

In media, completare tutti gli esercizi richiedeva circa 14-15 minuti al giorno: un tempo simile a una breve pausa, non un impegno gravoso.

Chi ha partecipato allo studio

Lo studio ha coinvolto 123 persone sopra i 65 anni in cinque centri tra Stati Uniti e Spagna, suddivise in quattro gruppi: volontari sani, persone con lieve declino cognitivo soggettivo ma senza segni di amiloide nel cervello, persone con declino cognitivo soggettivo e presenza di amiloide (quindi a rischio più alto), e persone con una diagnosi già confermata di Alzheimer in fase iniziale. Ogni partecipante ha anche fatto una risonanza magnetica e una PET per l’amiloide, così i ricercatori potevano confrontare le prestazioni sullo smartphone con dati clinici oggettivi

Un dato che colpisce, pensando a chi assiste persone anziane spesso poco avvezze alla tecnologia: la stragrande maggioranza dei partecipanti, incluse le persone già con Alzheimer, ha portato a termine il programma da sola, senza bisogno di aiuto quotidiano da parte del familiare o caregiver.

Cosa hanno scoperto davvero

I risultati principali riguardano tre aspetti. Primo, l’affidabilità: ripetendo gli stessi test più volte nel corso del mese, i punteggi sono rimasti coerenti, segno che lo strumento misura qualcosa di stabile e non solo il caso o l’umore del giorno. Secondo, la validità clinica: le prestazioni sullo smartphone erano collegate ai punteggi ottenuti con i test neuropsicologici tradizionali fatti in clinica, e permettevano di distinguere abbastanza bene le persone con Alzheimer iniziale da quelle sane o con solo un lieve declino soggettivo.

Terzo, e forse il dato più interessante per capire quanto lo strumento sia radicato in una base biologica reale: le prestazioni ai giochi sullo smartphone erano correlate con l’atrofia cerebrale nelle esatte regioni del cervello che ci si aspetterebbe, misurata tramite risonanza magnetica. Per esempio, chi impiegava più tempo a imparare le associazioni nel Gallery Game mostrava una minore quantità di materia grigia proprio nelle aree del lobo temporale coinvolte nella memoria a lungo termine, le stesse colpite per prime dalla patologia dell’Alzheimer.

 

Un ulteriore risultato riguarda proprio le persone nella fase più precoce e più difficile da individuare: quelle con un lieve declino cognitivo percepito ma amiloide positiva alla PET, cioè a maggior rischio di sviluppare in futuro un decadimento più marcato. Su alcuni compiti, in particolare quelli di memoria e memoria di lavoro visiva, queste persone ottenevano risultati peggiori rispetto a chi aveva lo stesso declino percepito ma amiloide negativa: una differenza che i test clinici standard, in questo studio, non erano riusciti a cogliere altrettanto bene.

Cosa significa per chi assiste una persona cara

È importante essere chiari su cosa questo studio è, e cosa non è ancora. Non si tratta di un’app che oggi puoi scaricare per fare una diagnosi in autonomia, e non sostituisce in alcun modo una valutazione medica. È una ricerca che dimostra che l’idea, in linea di principio, funziona: uno smartphone comune, usato a casa per pochi minuti al giorno, può raccogliere segnali cognitivi sottili e collegati a cambiamenti reali nel cervello, con un impatto minimo sulla vita quotidiana della persona.

Per le famiglie, la prospettiva a lungo termine è incoraggiante: strumenti di questo tipo potrebbero un giorno rendere più facile individuare precocemente i cambiamenti cognitivi, magari nell’ambito di un percorso di monitoraggio guidato dal medico di famiglia o dallo specialista, senza dover affrontare ripetuti viaggi in clinica per test lunghi e faticosi, specie per chi vive lontano da centri specializzati.

Nel frattempo, gli strumenti più affidabili per riconoscere i primi segnali restano quelli che già conosciamo bene: osservare i piccoli cambiamenti nella vita quotidiana della persona cara, come le difficoltà a ricordare conversazioni recenti, la disorientazione in luoghi familiari o i cambi di umore, e parlarne senza timore con il medico curante. La tecnologia, in futuro, potrà essere un alleato in più in questo percorso, non un sostituto dell’attenzione quotidiana di chi vive accanto alla persona.