The Father – di Florian Zeller con Anthony Hopkins
by
Romina Sarcletti
La prima volta che ho visto The Father ero da sola, a casa, durante il lockdown, il momento era o disastroso o predestinato. A mia madre era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, e vedere un brillante Anthony Hopkins interpretare gli sbalzi d’umore e i terrori della malattia con abilità e inquietante plausibilità era più di quanto potessi sopportare con compostezza: mentre scorrevano i titoli di coda, ho pianto nel mio piumone per dieci minuti di fila. Non sono ancora riuscita a riguardarlo e a mia sorella non l’ho ancora raccomandato. Negli ultimi tempi sono usciti diversi film sulla convivenza con la demenza, e l’elegante opera prima di Florian Zeller è forse la più emotivamente provocatoria, in gran parte perché immagina la malattia dall’interno. Hopkins, vincitore di un meritato Oscar, offre una commovente interpretazione di un uomo affetto da demenza in un film ricco di interpretazioni intelligenti, sconcertanti salti temporali e potenti effetti teatrali.
Cosa ci racconta?
Il film presenta il mondo in una forma in continuo mutamento e instabile, attraverso gli occhi di Anthony (Hopkins), l’ottantenne londinese che non riesce a rendersi conto che le sue percezioni del passato e del presente, della realtà e dell’immaginazione, stanno irrimediabilmente confondendosi. Siamo solidali con la difficile situazione di sua figlia e caregiver Anne (Olivia Colman), una donna equilibrata e ansiosa, che cerca di prendersi cura di qualcuno che non vuole essere gestito.
Quella di Anne non è la realtà che condividiamo. La seguiamo dal supermercato all’appartamento di Anthony, ma una volta entrati in casa, assumiamo la prospettiva disorientata di lui. Assieme ad Anthony, viviamo passo dopo passo quello che sembra essere un progressivo deterioramento delle sue condizioni, con disorientanti slittamenti e loop temporali. Le persone si trasformano in altre persone; le situazioni vengono elise; l’arredamento dell’appartamento sembra cambiare improvvisamente e in modo sconcertante; una scena che sembrava seguire sequenzialmente quella precedente si rivela invece averla preceduta, oppure essere una illusione di Anthony o il ricordo di qualcos’altro.
Ma i momenti più sottilmente toccanti sono quelli in cui Anthony ride – un lampo del suo vecchio sé affascinante e malizioso – e Anne e la sua badante ridono con lui in segno di sostegno. In una certa misura, è una risata nervosa perché Anne sa bene quanto facilmente il suo umore possa cambiare, ed è anche la risata di una badante professionista, una risata tragicomica e forzata, quella che si fa invece di piangere. Ma è anche una risata perfettamente genuina e, a suo modo, un gesto urgente e condiviso di fiducia nella persona che Anthony era e che, occasionalmente, è ancora.
Senza ricorrere a misteri forzati e sensazionalistici, Zeller e il co-sceneggiatore Christopher Hampton, hanno creato un thriller psicologico in cui la mente è sia predatore sia preda, poiché continua a prendere scorciatoie e a cortocircuitare.
Conclusione
Non è giusto raccomandare The Father senza un certo tipo di avvertimento: se la demenza ha fatto parte della vostra vita, il film di Zeller vi colpirà proprio come pensate. Ma non in modo crudele, perché una volta che i singhiozzi si placano, si trova uno strano conforto nella sua comprensione.